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Ci sono canzoni che raccontano la Storia e che riescono a lasciare il segno. “Auschwitz”, di Francesco Guccini, è una di queste.



Fra il 1939 e il 1945 l’esercito nazista al servizio del Terzo Reich compì quello che la storia ricorda come il più violento genocidio di sempre. In sei anni, durante la Seconda Guerra Mondiale, i soldati dell’esercito tedesco, guidati da Adolf Hitler e dalle ideologie razziste riportate sul Mein Kampf, perseguitarono, deportarono e infine massacrarono quasi sei milioni di persone di fede ebraica.

Lo sterminio, oggi ricordato come SHOAH, fu una delle pagine più cupe della storia dell’umanità.

I tedeschi, spinti dalla crudeltà verso un popolo il cui unico crimine era quello di appartenere ad una confessione ritenuta impura, seviziarono, sfruttarono e trucidarono milioni di innocenti.

Auschwitz o La canzone del bambino nel vento: Guccini racconta Auschwitz attraverso gli occhi di un fanciullo

Le grida e il dolore delle vittime per la scelleratezza tedesca ancora oggi riecheggiano attraverso documentari, film, opere letterarie (spesso autobiografiche) e canzoni. Basti pensare a pellicole come “Schindler’s List” di Steven Spielberg e “Il Pianista” di Roman Polanski, oppure a libri come “Se questo è un uomo” di Primo Levi e “Diario” di Anna Frank.

Auschwitz o La canzone del bambino nel vento: Guccini racconta Auschwitz attraverso gli occhi di un fanciullo
La ferrovia che porta all’entrata del campo di concentramento di Auschwitz



Registi, sceneggiatori, letterati e cantanti, nel corso dei decenni, hanno diretto, scritto e composto opere atte a denunciare il più orrendo crimine di guerra di tutti i tempi.

Uno dei romanzi autobiografici più importanti, almeno a livello italiano, è stato “Tu passerai per il camino: vita e morte a Mauthausen” in cui l’autore, Vincenzo Pappalettera, ha raccontato la propria traumatica permanenza all’interno del campo di concentramento austriaco. Un’opera tanto cruda quanto necessaria per la piena comprensione della crudeltà dei kapò e degli aguzzini nazisti, che sottoponevano i deportati a torture indicibili.

Tale opera ha avuto il merito di ispirare il sommo cantautore Francesco Guccini attraverso la scrittura di quella che è diventata una tra le sue canzoni più conosciute ed apprezzate: “La canzone del bambino nel vento”, conosciuta anche con il titolo di “Auschwitz”.

Auschwitz o La canzone del bambino nel vento: Guccini racconta Auschwitz attraverso gli occhi di un fanciullo



Il brano rappresenta una profonda denuncia in cui il cantautore modenese affronta il delicato tema dell’Olocausto, raccontando l’orrore e la ferocia dei tedeschi, attraverso le parole di un bambino deceduto nell’omonimo campo di concentramento.

Son morto con altri cento

Son morto ch’ero bambino

Passato per il camino

E adesso sono nel vento

E adesso sono nel vento

Ad Auschwitz c’era la neve

Il fumo saliva lento

Nel freddo giorno d’inverno

E adesso sono nel vento

Adesso sono nel vento

Auschwitz o La canzone del bambino nel vento: Guccini racconta Auschwitz attraverso gli occhi di un fanciullo
Francesco Guccini



Inizialmente “Auschwitz” uscì nel 1966 e fu accreditata agli Equipe 84 poiché, a causa di un cavillo tecnico, Francesco Guccini non era iscritto alla SIAE e quindi non poteva rivendicare alcun diritto.

Tuttavia, un anno più tardi la incluse nell’album “Folk beat n. 1”, donando al brano un tono tanto evocativo quanto funereo e doloroso.

Guccini attraverso le parole del testo sottolinea come il tempo non abbia rimosso i terribili ricordi del fanciullo, costretto a vivere le atrocità perpetrate dalle guardie tedesche. La crudeltà umana si trasforma in una dolorosa consapevolezza della malvagità dell’essere umano, tanto da associare una circostanza gioiosa come la caduta della neve alla pena delle prigionia. Difatti, per un bambino, la neve rappresenta il gioco e il divertimento. Tuttavia, il fanciullo deceduto nell’orrore di Auschwitz, non può che provare un immenso dolore osservando il candore ricoprire il campo di concentramento. Il bambino fissa la neve ricoprire Auschwitz e tutte quelle anime, ammassate, mortificate, sfinite, logore, languire nel silenzio più assoluto il loro martirio.

Perché, osserva il fanciullo, nonostante nel campo di concentramento ci siano migliaia di prigionieri, ad Auschwitz regna il silenzio.

La metafora dell’orrore è resa ancora più potente poiché raccontata attraverso gli occhi di un infante, eppure, nella seconda parte del testo, Guccini parla in prima persona riflettendo sulla cattiveria umana e chiedendosi quando l’uomo sarà stanco di uccidere i propri simili, assumendo un significato più attuale che mai.

“Io chiedo come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento
In polvere qui nel vento

Ancora tuona il cannone
Ancora non è contento
Di sangue la belva umana
E ancora ci porta il vento
E ancora ci porta il vento

Io chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
E il vento si poserà

Qui, di seguito un’esibizione di Francesco Guccini di “Canzone del bambino nel vento” (Auschwitz)



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